Sul filo dell’acqua

Sul filo dell’acqua: modulazione corporea e immagini controtransferali

nelle fasi iniziali del processo terapeutico in Danza Movimento Terapia

di Anna Lagomaggiore

 

pubblicato in  Trent’anni di Arte Terapia e Danza Movimento Terapia – Reportage di viaggio per liberi pensatori  – Ed. Ananke Torino 2012

 

 Non mi pare esagerato affermare che il lavoro psicologico che si svolge al confine tra preconscio e inconscio costituisca il nucleo di ciò che per un essere umano significa essere vivo. Quel confine è il luogo in cui avviene l’esperienza del sogno e della rêverie; in cui ha origine ogni tipo di gioco e creatività; in cui germogliano l’intelligenza e il fascino che poi – come se venissero dal nulla – trovano sbocco in una conversazione, una poesia, un gesto o un’espressione del viso …[1]  

 

Due persone, paziente e terapeuta, si incontrano nella stanza della terapia all’interno del campo intersoggettivo da loro stessi creato. Paziente e terapeuta intrecciano movimenti, emozioni e pensieri dando forma alla matrice invisibile, al tessuto unico che costituisce il terreno inconscio in cui la terapia ha luogo. Il fluire delle parole, le posture, i gesti, le pause, si scompongono e ricompongono in maniera sempre differente diventando gli ingredienti di base attraverso cui il terapeuta può iniziare ad osservare e a “vedere”. Attraverso la modulazione del Flusso di Tensione Muscolare e del Flusso di Forma, il danza movimento terapeuta può sintonizzarsi con il paziente, trovare le vie più consone per essere connesso e presente, separato e allo stesso tempo in continuità con l’altro; stare sul filo dell’acqua, in quel luogo di confine tra preconscio e conscio, mosso dalle brezze e dai venti, bagnato dalle onde, toccato in profondità dalle note emesse dal paziente e da quelle che nascono in risposta dentro di lui; cosi si creano i presupposti per l’avvio della relazione terapeutica. Uno spartito sempre originale e mutevole in cui il movimento corporeo diviene il terzo oggetto protagonista (Wood, 1990; Luzzatto, 1998), strumento “transazionale” di espressione, azione e analisi nello spazio intimo e complesso della terapia. L’atteggiamento corporeo, la modalità attraverso cui il corpo si modella nello spazio, comunica anche le posizioni emotive inconsce del paziente, cosi come le difese da lui utilizzate. Il “movimento” visibile e quello più invisibile, psichico e intrapsichico, portano fin da subito al delinearsi di determinate coreografie relazionali. In contatto con il momento presente (Stern, 2005) il danza movimento terapeuta dovrà essere disponibile ad accogliere qualsiasi movimento fisico e psichico si verifichi, pronto a tollerare anche le dinamiche più scomode da gestire. (Dosamantes Alperson, 1992; Chodorow, J., 1998). Dovrà essere in grado di riconoscere le proprie risposte corporee spontanee per modularle a seconda delle differenti situazioni e fasi della terapia. La capacità di stare in una forma corporea tridimensionale e accogliente, ferma ma permeabile, ancorati alle radici del proprio essere corporeo, permette il rimanere in uno stato di attenzione che, incarnato, può aprirsi alle risonanze immaginative e di “rêverie”. Quando un sassolino scende nell’acqua, va in profondità e arriva sul fondo, sprigiona una bollicina che risale e arrivata in superficie – sul filo dell’acqua – libera l’aria prima trattenuta. Cosi il terapeuta più discende e si connette in profondità con il paziente e dentro se stesso (Robbins, 1994) maggiormente può essere disponibile ad accogliere le immagini che risalgono e che emergono dal suo inconscio in contatto con quello del paziente. Accogliere, lasciare risuonare, utilizzare in maniera appropriata le proprie immagini emergenti e le risposte controtransferali, permette al terapeuta di comprendere i movimenti inconsci del paziente, entrare in contatto con il suo senso interiore, ricevere indicazioni preziose sul come procedere per facilitare il processo di realizzazione ed articolazione del suo essere. (Bollas, 2009)

Chiara è una ragazzina con la Sindrome di Down di 11 anni. Appare nella postura corporea “raccorciata”, irrigidita come se trattenesse qualcosa dentro. Qualità e ritmi lottanti caratterizzano fin dall’inizio il suo movimento, apparendo come le uniche modalità a lei disponibili per esprimere una rabbia spesso incontenibile. A causa dell’insufficienza mentale, i bambini affetti da Sindrome di Down, vivono intensamente le emozioni e gli impulsi direttamente nel corpo, come senza filtri. E’ impossibile esimersi dal “mettersi in gioco”; muoversi insieme a loro spesso significa entrare velocemente in contatto con emozioni che non possono essere espresse diversamente. Il lancio del pallone caratterizzato da un gesto con Spazio Diretto e Peso Forte e l’immagine di un missile pronto ad esplodere compaiono nelle sue espressioni fin dal primo incontro.

Laura è una giovane donna intelligente, esile, avvolta da un malessere che affiora attraverso comportamenti di tipo fobico e difficoltà relazionali e sessuali. Tanto terrorizzata quanto attratta dall’idea di muoversi per mesi rimane seduta intessendo un tipo di comunicazione soprattutto verbale. Non compaiono sogni, non immagini, i suoi movimenti visibili sono minimi; tutto sembra rarefatto, difficilmente nominabile.

Marina è una donna con alterni periodi depressivi ed un legame matrimoniale insoddisfacente. Al contrario di Laura, Marina fin dalle prime sedute è desiderosa di muoversi e danzare.  Ripetutamente dopo le sue danze si ritrova a disegnare dei volti e dei corpi perfetti e fiabeschi; immagini tanto belle quanto ideali e staccate dalla sua realtà. Chiara, Laura, Marina quando entrano nella stanza della DMT creano con la loro persona e con le Qualità del loro movimento, delle atmosfere, delle coreografie relazionali specifiche, comunicative delle loro differenti personalità e problematiche. La modulazione corporea e le immagini della terapeuta diventano elementi fondamentali per l’instaurarsi e l’evolversi della relazione terapeutica.

Chiara, la bambina con la Sindrome di Down, trattiene spesso il respiro e il Flusso di Tensione muscolare risulta estremamente Controllato. Il Flusso di Tensione trattenuto ha proprio la funzione di non fare scorrere e bloccare nella muscolatura le emozioni insopportabili alla coscienza (Kestenberg, J. 1975.) E’ cosi che lei manifesta primariamente la sua sofferenza ed è sintonizzandomi sull’intensità alta del suo Flusso di Tensione che posso comprendere l’entità del suo disagio cosi cristallizzato nel corpo.

Nel secondo incontro dopo avere lanciato il pallone con molta forza contro il muro, decide di prendere i cubi e di costruire una ”torre”. La vedo disporsi con urgenza al suo interno e rimanere così seduta per qualche tempo. Dall’altra parte della stanza percepisco nella mia forma corporea un movimento di chiusura verso il centro, il desiderio di  volermi rimpicciolire e proteggere. La necessità come di crearmi uno scudo. Il flusso di tensione diviene da estremamente controllato a neutro e gli efforts sembrano assenti. Decido di non intervenire e di rimanere seduta a distanza ma insieme a lei, rispecchiando l’atmosfera diversamente difensiva presente nella stanza. Passano i minuti e mi sento come se per Chiara non ci fossi. Posso avvertire un forte senso di esclusione, disagio, solitudine, rabbia. Prendo contatto con la sofferenza di non “essere vista” e collego dentro di me la rabbia di Chiara, espressa nei lanci con il pallone, con il senso di solitudine ed abbandono. Rispecchiando lo stato d’animo di Chiara, posso mettermi al livello più profondo in cui inconsciamente la bambina si esprime, accoglierla senza chiederle di essere diversa da come si sente. Lei può percepire che non le vengono fatte richieste e che può essere raggiunta dove lei è (Chace, M. 1975). Un’esperienza fondamentale per creare l’alleanza con una bambina che è costantemente messa di fronte a qualcosa che deve lei raggiungere, compiti ed obbiettivi che richiedono uno sforzo mentale ed emotivo eccessivo.

La relazione terapeutica è in continuo cambiamento e a volte deve accogliere anche violenti attacchi per potere evolvere. Come scrive A. Ferro, il transfert può essere inteso come l’apertura di quel canale comunicativo che consente il transito di proiettili nella mente dell’altro, ove può avere inizio il processo di trasformazione e alfabetizzazione di tali proiettili…[2] Così la relazione terapeutica con questa bambina, dovrà presto accogliere manifestazioni intense della sua rabbia trasferite sulla mia figura.

Chiara vuole assolutamente insegnarmi il walzer. Lei deve essere il “maschio” che conduce mentre io sono la “femminuccia” come lei stessa mi definisce con disprezzo. Mi sento letteralmente presa e tenuta con tensione dalle sue braccia, costretta a muovermi come dice lei: guai se faccio qualcosa di diverso o provo a cambiare i ruoli. Posso sperimentare direttamente nel corpo la sensazione di ritrovarmi bloccata, costretta quasi all’interno di un meccanismo dove quello che sono non viene per nulla preso in considerazione. Mi sento come impigliata in una gabbia e ancora più arrabbiata. Questo sarà l’inizio di una lunga fase nella terapia in cui Chiara in ogni situazione cercherà di dimostrare che è lei la più forte: vince, è brava e non  sopporta di ritrovarsi nella posizione della perdente; viceversa devo essere io a rappresentare quella parte che lei conosce tanto bene: quella che non sa fare niente, quella che perde, sbaglia, non capisce. Chiara sembra stia in ogni modo tastando e mettendo alla prova il “contenitore” per saggiare fino a che punto può avere fiducia. La relazione diviene terapeutica quando rimane stabile nei cambiamenti, quando può sostenere gli “attacchi”, i proiettili, senza diventare rigida o reattiva ma permettendo alla paziente di andare là dove deve per poi potere evolvere. La relazione terapeutica deve dunque avere una forma contenitiva sufficientemente capace di accogliere, tollerare e trasformare. In questa fase nella relazione con la bambina il “movimento” delle identificazioni proiettive (Klein, M.1948; Bion, W. 1962; Ogden, T. 1991) è intenso e in certi momenti particolarmente difficile da sostenere. Proprio attraverso la lettura del controtransfert posso non rispondere reattivamente ma capire che lei – così come è espresso nelle Qualità dei suoi movimenti – si mette nella posizione dell’aggressore. Qui, infatti, J.Kestenberg ci insegna che la difesa dell’identificazione con l’aggressore è collegata alla Prequalità della Veemenza. Potendo dunque riconoscere tale difesa nei suoi movimenti posso comprendere come in tale modo Chiara stia cercando di farmi provare ciò che lei vive quotidianamente. Percepisco cosi nel mio corpo una grande rabbia controtransferale che mi lascia esausta dopo gli incontri. Ricerco la connessione con il mio centro e la possibilità di fare fluire il respiro per non rischiare di controidentificarmi o di allearmi con la sua parte distruttiva. Il mio sforzo in questo periodo è quello di entrare in empatia con la parte di lei che si sente non riconosciuta e maltrattata e accogliere e restituire la sua rabbia e usarla, appena sarà possibile, per fare giochi simbolici. E’importante permettere e contenere in questo momento, il tipo di relazione che nel contesto che si è determinato assume una valenza terapeutica. Ciò, infatti, permetterà in seguito alla bambina di passare ad altre fasi di sviluppo più evolute.

Nel secondo caso la situazione è molto diversa. Laura, studentessa all’università, preferisce rimanere seduta per terra a parlare. Le “danze” sono costituite soprattutto dalle sue parole, dai piccoli aggiustamenti del respiro, dai cambiamenti di postura e dalle minime modulazioni del Flusso di Tensione muscolare quasi sempre Controllato. Le sue braccia accompagnano le parole con gesti periferici e lontani da sé, poco connessi con il centro del suo corpo. Spesso Laura rimane in una forma corporea a “vite”, in cui braccia e gambe sono attorcigliate attorno al corpo comunicandomi come un bisogno di occultamento, di qualcosa da nascondere e neppure da nominare. Io rimango seduta di fronte a lei modulando i miei gesti su una bassa intensità del Flusso di Tensione in maniera da accordare le mie modalità espressive alle sue. Come per una madre sarebbe essenziale raggiungere questo tipo di sintonia con il proprio bambino, (La Barre, 2008) io fin dall’inizio percepisco questi passaggi iniziali particolarmente fragili e delicati. Dai suoi racconti deduco presto la drammaticità della sua storia di cui è il corpo a farsi ben presto carico. La mente simbolica può  esistere quando c’è stata una madre sufficientemente buona. E Laura che ha vissuto come priva di una figura materna costante non sa cosa significhi realmente uno scambio emozionale. Nel suo vocabolario non compaiono emozioni: tutto è estremamente concreto e intellettualizzato. La grande villa, dove lei vive e che minuziosamente descrive, appare come uno scenario significativo di altri più interni da cui lei si tiene ben alla larga. Intenso è il vissuto di essere continuamente controllata e giudicata, il terrore per tutto ciò che possa infettare e sporcare. Mentre ascolto Laura ho l’immagine di un funambolo che cammina su di una sottilissima fune appesa nel vuoto ad un’altezza inverosimile. Vivo internamente un’intensa paura di poter cadere da un momento all’altro e di rompermi in mille pezzi. Quando gli atteggiamenti del corpo sono congelati, è impossibile sentirsi “connessi” nella conversazione (La Barre, 2008) ed in certi momenti ho la sensazione di non essere presente, di non essere radicata nel mio corpo. Attraverso la possibilità di accogliere le immagini controtransferali comprendo che in questo momento è fondamentale “stare” in questa danza fatta di piccole ma continue modulazioni a bassa intensità e rispecchiare Laura con estrema delicatezza piuttosto che agire in qualche modo. Sento chiaramente l’importanza del rispettare i “confini”. Capisco che devo offrire a Laura una struttura solida in cui avere la possibilità di sentirsi vista ma non intrusa, uno spazio che non venga invaso, ma che rimanga con stabilità e continuità nel corso del tempo. Un lungo lavoro necessario affinché Laura possa acquisire nella e attraverso la relazione con la terapeuta una fiducia di base che forse non ha mai potuto sperimentare. Ed il mio compito è quello di stare continuamente attenta a non agire la parte oggettuale che di fatto tutta quella inattività mi “mette dentro”, ma comprendere la situazione e non agire. Un lavoro dunque di equilibrio che muove in me la necessità di essere particolarmente cauta.  Come se Laura in quel momento fosse davvero una bimba molto piccola – questa è la mia immagine – che deve essere tenuta con molta attenzione nel vero senso di “holding” (Winnicott, D., 1970). E’, infatti, attraverso il contenimento che nel bambino può attivarsi un sano sviluppo psichico. Ed è proprio il costruirsi di questo contenitore a permettere, con la paziente, l’attivarsi della relazione terapeutica. Apparentemente dunque, in questo caso, il movimento iniziale così scarno non sembrava facilitare una relazione; di fatto l’accettare di lavorare con dei movimenti minimi, con le modulazioni di base del Flusso di Tensione e di Forma prendendo in considerazione gli elementi transferali e la storia della paziente hanno permesso di attivare una relazione terapeutica. Dopo diversi mesi Laura riesce ad investire di più lo spazio attorno a sé (Chinesfera) esplorandone i confini e a stare sdraiata sul pavimento in ascolto di sé con una sensazione nuova di non dover sempre “tenere” o avvitarsi per nascondere. Diviene più possibile collegare queste esperienze a contenuti importanti della sua vita in un processo di svelamento della sua storia cosi come di “svitamento” del suo atteggiamento corporeo. Laura inizia a ricordare i suoi sogni. In uno di questi, compare l’immagine di una nuova stanza tutta per lei, vuota, con al centro un tavolo.  Questa stanza diviene progressivamente simbolica di uno spazio più interno, un luogo che esiste dentro di lei. Il tavolo del sogno al centro della stanza diviene simbolicamente la base “buona” su cui iniziare a scrivere la propria storia.

Il terzo caso è ancora differente. Marina, nelle prime sedute, entra nella stanza sorridente desiderosa di muoversi. Le sue danze sono fluide, leggere, ricche di volteggi, ancheggiamenti. Nonostante la quantità di movimento e la tentazione di lasciarmi coinvolgere dalle sue danze, attraverso alcuni vissuti controtransferali entro in contatto con il bisogno di stare vigile. Posso, infatti, percepire un qualcosa di “ridicolo” – con lei che non era mai in nessun modo ridicola – un elemento di disturbo che mi mette a disagio. Se provo a relazionarmi con Marina a quel livello – rispecchiando la Qualità della sua Leggerezza ad esempio – vengo, infatti, pervasa da una sensazione stucchevole di finto. Noto poi che il centro del corpo della paziente in realtà non è attivo, le sue danze sono caratterizzate soprattutto da movimenti periferici come se lei non potesse in alcun modo contattare parti più autentiche di sé. Ho l’immagine di una figura burlesca tra la marionetta e il clown. Percepisco una grande stanchezza, il desiderio di stare ferma. Tutti questi sono messaggi a cui devo prestare attenzione. In realtà le danze di Marina sono tanto ricche di movimenti quanto prive di una reale connessione interna: come delle scariche attraverso cui subito lei riempie tutta la stanza. Una modalità – quella del riempire – che dentro di me poi si collega a quella più solitaria e ripetitiva di quando lei si ritrova a riempire se stessa di cibo per non sentire e non affrontare una realtà problematica. Marina così, attraverso le sue danze, porta nelle sedute degli elementi vitali e leggeri un po’ caricati che sono all’opposto di come realmente si sente nel profondo. Capisco dunque che con questa paziente è importante non lasciarmi sedurre da ciò che appare, comprendendo che dietro alla giocosità e gioiosità dei suoi gesti c’è un senso di disagio, di solitudine e forse una depressione latente. Il lavoro attraverso la DMT dovrà aiutarla a mettersi gradualmente in contatto con i contenuti sottostanti per poterli esprimere, elaborare e trasformare. Dunque, pur accogliendo le sue modalità, capisco che è importante non sostenere troppo quel livello con cui si rischierebbe di colludere, ma aiutarla, attraverso le tecniche appropriate, a creare collegamenti, a diventare più consapevole dei suoi meccanismi interni. Fin dall’inizio c’è una buona relazione attraverso il movimento ma non sembra, di fatto, essere terapeutica in sé, quanto piuttosto difensiva. In questo senso l’utilizzo delle immagini e l’elaborazione del controtransfert mi aiuta a riportare la relazione là dove è davvero terapeutica attivandola ad un livello più profondo. Il mio ruolo come danza movimento terapeuta è quello di comprendere quanto gradualmente frustrare il sentimento di gioia che lei manifesta rispetto ad un luogo dove ritrovare parti leggere che le fanno momentaneamente tanto bene, ma che non porterebbero verso nessun risultato – per mettersi invece in contatto con delle parti “altre” di sé e con delle Qualità di movimento differenti. Lentamente Marina inizia a vivere il suo movimento più dall’interno. Scopre il contatto dei suoi piedi sulla terra e scende dal Livello alto (in piedi) al Livello basso. Progressivamente dalla periferia del corpo i suoi movimenti coinvolgono di più il centro, dal muoversi subito per riempire la stanza inizia ad attendere di essere mossa da impulsi e immagini più interne, gradualmente e col tempo comincia a percepire alcune connessioni (P.Hackney, 2002) e a disegnarle. Le immagini ideali dei suoi disegni si trasformano in immagini di rappresentazioni prima concrete della sua colonna vertebrale o dei suoi piedi e delle sue mani e poi in immagini sempre più simboliche come quella di una bambina sola seduta su di uno scoglio con i piedi nell’acqua e lo sguardo verso l’immensità del mare.  La verbalizzazione diviene un elemento sempre più importante connesso alle esperienze di movimento, alle immagini ed alla realtà della sua vita.

Cosi come la madre agli inizi diviene ambiente che si modula in base ai bisogni del bambino, cosi come la superficie dell’acqua risponde ai venti esterni e si dispone in base a ciò che c’è più in profondità, cosi il danza movimento terapeuta consapevolmente si lascia modificare dall’incontro con il paziente, usa la risonanza empatica per trovare le strade più consone, integra il materiale conscio e preconscio rimanendo connesso con la propria capacità di pensare, immaginare, “giocare”. Così il terapeuta “mette in gioco le proprie capacità creativo-trasformative, in un’accettazione delle infinite storie possibili nell’incontro tra due menti e del necessario selezionarsi di una storia prevalente a seconda degli scambi emotivi e della capacità di assumere, trasformare e narrare le “onde emotive” che si attivano nella stanza …”[3].

Attraverso dunque la modulazione del flusso di tensione muscolare, la modulazione affettiva, l’elaborazione del controtransfert somatico e attraverso la tecnica personalmente adottata di fare uso dell’esperienza del Movimento Autentico è stato possibile trovare tre modalità specifiche per entrare in una relazione clinicamente corretta con queste pazienti. Così nel primo caso, con la bambina Down, carico fin dall’inizio di dinamiche relazionali intense, è stato importante tollerare gli attacchi, i “bombardamenti” rabbiosi, costruendo un contenitore terapeutico solido ma non rigido; nel secondo con la giovane donna è stato di aiuto entrare in contatto nel controtransfert con stati di rêverie (Bion, W.R.1962; Ogden, T. 1997), con l’immagine della “madre sufficientemente buona” (Winnicott, D.1970) e comprendere che ogni mio movimento, se non calibrato in termini di relazione, avrebbe potuto essere per Laura estremamente minaccioso; e nel terzo caso attraverso le immagini del controtransfert ho potuto capire che elementi di movimento, che apparentemente avevano a che fare con il benessere e la gioia, in realtà non erano che sovrastrutture difensive che impedivano una relazione profonda e che terapeutico sarebbe, invece, stato scendere all’apice opposto, là dove potere sostenere la capacità di incontrare la sofferenza, ma anche le proprie reali risorse.

Fondamentale dunque, in tutti e tre i casi, è stato l’essere in grado di stare sul “filo dell’acqua”, quel luogo pulsante, trasparente, quella sottile pellicola permeabile e compatta dove è possibile “sognare”, incontrare, immaginare: dare senso alle identificazioni inconsce del paziente e attivare un processo trasformativo.

 

 

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[1]OGDEN, T.H., 2003, op. cit., pag. 9

[2] Ferro, A., 2007, op. cit., pag.13

[3] A.Ferro, 1996, op. cit., pag.41