Uovo dentro: sono io!

Uovo dentro: sono io!

La Danza Movimento Terapia con bambini e adolescenti affetti da Sindrome di Down

di Anna Lagomaggiore

pubblicato in

 Lasciar parlare il corpo

Ed Magi Roma 2012

 

Introduzione

 

 “Le forme vitali si associano a un contenuto o, meglio, trasmettono un contenuto … le forme vitali non sono forme vuote, ma accordano un profilo temporale e d’intensità al contenuto, e con esso il senso di vitalità che accompagna l’esecuzione … servono da collante rispetto agli elementi che compongono l’esperienza, in modo che questa possa essere percepita e vissuta come proveniente da una persona viva, appartenente al mondo del reale, che si muove nel tempo e nello spazio, con una certa forza e direzione … il movimento rappresenta per noi l’esperienza più fondamentale e primordiale”. (Stern, 2011)

 

Riconoscere le risorse presenti nell’individuo, allearsi con le “forme vitali” (Stern, 2011), è il presupposto da cui il lavoro attraverso la DMT può cominciare. Specialmente nei territori scuri e tortuosi governati dall’insufficienza mentale di una patologia genetica, come la Sindrome di Down, inevitabile diviene l’attraversamento di stati  arcaici poco differenziati, complesso risulta il dialogo con difese spesso primitive, cristallizzate in forme piuttosto rigide e ripetitive. Tanto più la “pensabilità” (Bion,1962; Ferro,1996) degli stati emotivi, se non dei bisogni primari, risulta difficoltosa tanto più è il corpo con le sue espressioni e con le sue qualità a farsene carico, a risaltare nelle sue modalità spesso poco modulate, scarsamente mediate. E’ il corpo a ricercare affannosamente i modi dell’essere, a riequilibrarne le cadute, a governarne i moti; così come può, non potendoli, a causa del deficit cognitivo, fluidamente lasciare evolvere nell’altrove dei contenuti “alfa”. (Bion, 1962) Qui, in questo contesto, numerosi sono i rischi di fermata, stallo o regressione. Qui, il “flusso di tensione muscolare”, l’elemento base del movimento (R. Laban, 1950) già visibile nel ventre materno e alla nascita, diventa più che mai il parametro della “forma vitale”, il “fluido” della risorsa per eccellenza: l’essere vivo e animato.

Esistere non solo con una forma esterna, un habitus sufficientemente coeso e “a posto” per soddisfare insegnanti, famigliari e società, ma “esserci” davvero come individuo “incarnato” con un proprio “contenuto”, con una propria anatomia psichica autonoma e differenziata per quanto possibile: una propria identità. E’ lo scorrere di questo “fluido”, il flusso di tensione muscolare, matrice corporea di tutte le modalità difensive più evolute, (Kestenberg,1979) a costituire il potenziale, a determinare la base necessaria per le ulteriori evoluzioni. La radice prima, a cui bisogna tornare in modo particolare quando il trauma è all’origine, quando l’evento di un cromosoma in più costituisce l’incognita che si insinua ai primordi dell’ essere; talmente visibile e decifrabile nei tratti corporei inequivocabili, fin dai primi istanti di vita, da disgregare con la violenza di una profonda ferita narcisistica i sistemi strutturali ed omeostatici di un’intera famiglia. Tutto improvvisamente può subire una virata: le aspettative, la realtà, il quadro emotivo ed affettivo, le capacità contenitive e relazionali genitoriali. Reazioni naturali, veloci e a catena che inevitabilmente si innestano a ricaduta sull’esistenza contingente, sulle modalità di attaccamento e sul futuro del bambino, che oltre a ritrovarsi “diversamente abile”, inconsapevolmente fin dall’inizio, ha a che fare con tutti gli effetti “secondari” della sua nascita. Ciò nonostante, esistere, come per tutti, anche per la persona Down, deve significare, compatibilmente con i dati e i limiti di realtà, divenire individuo, “vitale” e creativo, dotato di una “forma” dialogante con un “contenuto”, un corpo e una mente in interazione reciproca con intenzionalità, direzione, e all’interno di una prospettiva temporale.[1] Significa potere dunque ri-creare e ricomporre, almeno in parte, lo “squarcio iniziale”; e poiché l’io si realizza pienamente nel corpo e il corpo influenza l’Io (Schoop, 2007), significa potere uscire da estremi difensivi spesso troppo coercitivi, ampliare la possibilità di scelta, le sfumature, il potere “giocare con la flessibilità dell’abbandonarsi all’interno dell’intera gamma tra le due possibilità.” (Schoop, 2007) Trovare dunque tra gli opposti, il proprio sollievo, la propria personale espressione, collocazione, variazione.  Cangiante, non rigida ma ancorata ad un Io il più possibile autentico. E’ cosi che  “la specie uomo riesce a prodursi in un incantevole assortimento di colori, forme, taglie, intelletti, sentimenti e comportamenti. Tutti gli svariati aspetti dell’eredità e tutte le possibilità diversificate di ambiente si combinano con la natura essenziale  di ogni persona per formare un essere singolare ed unico.” (Shoop, 2007)  E’ cosi che l’errore genetico che sta alla base della Sindrome di Down viene a stabilirsi su un patrimonio di base che è, come per tutti, diverso per ognuno.  Dunque ogni bambino Down differisce da un altro, ha possibilità differenti, un proprio modo di essere, un proprio ritmo di apprendimento, delle modalità comunicative sue proprie. Che vanno viste ed incontrate. Prima ancora della Sindrome che li accomuna.

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All’interno del Centro per le Patologie Genetiche dove lavoro da 20 anni con bambini, adolescenti, adulti affetti da Sindrome di Down in sedute individuali o di piccolo gruppo, l’intervento con  la Danza Movimento terapia va a connettersi e ad incontrare le esigenze di un lavoro d’equipe che si muove su livelli differenti con approcci diversificati per gli obiettivi di un progetto terapeutico comune.

Far si che gli apprendimenti didattici di tipo cognitivo non rischino in certi casi di divenire delle “forme vuote” (“sovrastrutture” apprese per condizionamento), ma possano poggiare su di una base interna viva, presente e “abitata”, un Vero Sé, (Winnicott, 1970; Montobbio, 1992) e dunque venire effettivamente integrate ed interiorizzate, potrebbe sembrare un progetto ambizioso e in certi casi fuori luogo, ma in realtà, a mio avviso, dovrebbe essere l’obiettivo fondante che pervade ogni  intervento con la Dmt in questo ambito specifico. (Fig.1) O per lo meno dovrebbe essere la direzione, la “spinta di visione” (Laban) di sottofondo che orienta e rinnova nel terapeuta la costanza, la motivazione, la presenza terapeutica “senza desiderio e senza memoria”, (Bion, 1970) anche in un territorio spesso governato da estrema ripetitività, da cambiamenti faticosi, incerti e lenti.

 

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Fiamme, missili e palloncini; Uovo dentro;  Mi presento; Sono Io (Fig.2-3-4-5) sono i titoli di disegni che alcuni pre-adolescenti e adolescenti affetti da Sindrome di Down hanno tracciato dopo l’esperienza corporea. Disegni che ho selezionato tra i tanti perché rappresentativi di alcune tipologie di immagini che si ripetono assumendo dunque un particolare significato. Leggendoli nel loro spessore comunicativo, vanno infatti a testimoniare sia punti d’arrivo di un processo terapeutico, sia tappe di un possibile percorso attraverso la DMT, ma anche a rappresentare tracce di un percorso evolutivo “ideale”.

 

  1. Fiamme, missili e palloncini

primi incontri, strutture difensive e caratteristiche di movimento

 

“Il terapeuta intuitivo e sintonizzato, sin dal primo contatto, impara a conoscere via via le strutture non verbali mimiche degli stati interni del paziente, modificando in maniera relativamente fluida e flessibile i propri comportamenti per sincronizzarsi con quella struttura, creando un contesto per la costruzione dell’alleanza terapeutica”. (Schore, 2003)

 

Chiara al primo incontro entra nella stanza della  DMT con un piglio deciso. Chiara  ha undici anni, due grandi occhi azzurri ed i capelli castano chiari, frequenta la quinta elementare. Ha un linguaggio spigliato, contrariamente alla maggioranza dei bambini affetti da Sindrome di Down; le espressioni del volto un po’ contratte, un tono di voce controllato, quasi dal timbro maschile e adulto. Chiara attraversa la stanza e si dirige diretta verso il pallone. Con un tempo improvviso, sorprendendomi, lancia il pallone verso la mia figura, quasi a volermi colpire. Percepisco una certa violenza e rabbia nella modalità del suo lancio e inizio cosi ad avvertire delle componenti diverse nel suo modo apparentemente sicuro, gentile e disinvolto di presentarsi giù nel salone d’attesa. Il suoi lanci del pallone, cosi diretti, improvvisi e forti mi appaiono caratterizzati dal ritmo del trattenere-espellere (secondo il Kestenberg Movement Profile). Io rispecchio le qualità dei suoi movimenti ma con una intensità più bassa. Osservo Chiara nelle sue movenze e noto che la sua forma corporea risulta compressa,  “raccorciata”, unidirezionale verso il basso lungo la dimensione verticale, e la sensazione è di rigidità, compressione, di qualcosa che è trattenuto dentro. I suoi movimenti ad alta Intensità, Il Flusso di Tensione Muscolare estremamente Controllato, e l’uso  del precursore del peso forte, la veemenza, mi comunicano uno stato di disagio e costrizione. Chiara sembra muoversi come tutta d’un pezzo, in maniera un po’ robotica senza modulazione del flusso di tensione e con un utilizzo del suo corpo omolaterale. Il mio vissuto controtransferale è come di soffocamento e di scomodità nel corpo tanto che mi ritrovo con il respiro trattenuto nella parte alta del torace. Il lancio del pallone caratterizzato da Qualità lottanti precede in questo primo incontro la rappresentazione grafica di un missile rosso scuro pronto ad esplodere ed una prima fase di terapia caratterizzato da rabbia, opposizione alle regole, sfida, fantasie aggressive e negazione della mia figura. La difesa collegata al precursore della veemenza è l’identificazione con l’aggressore[2] e Chiara sembra assumersene le medesime qualità riversandole sulla mia figura[3]. Nei suoi giochi simbolici poi presto comparirà il personaggio Michael. Il suo doppio, maschile, forte, infallibile e vittorioso in cui lei si identifica.

 

Ludovica, 12 anni, al nostro primo incontro, dopo che sono andata a prenderla nel salone di attesa, arrivata vicino alla stanza della terapia si ferma nel corridoio. La porta è socchiusa. Lei, silenziosa, le braccia penzolanti pesanti lungo il corpo, rimane fuori, immobile, come sospesa in un tempo che non esiste, senza mostrare nessuna intenzione di spingere o aprire la porta, nessun cenno di comunicazione nei miei confronti. La testa ripiegata verso il basso (in avanti nella dimensione sagittale), lo sguardo a terra, il torace concavo come svuotato in una forma unidirezionale verso dietro. Apro io la porta e lei mi segue. Il suo flusso di Tensione Muscolare è Neutro, quasi impercettibile e inanimato.  Si lascia cadere sul materassino per terra e si toglie le scarpe a strappo. Lo sguardo non è focalizzato su ciò che sta facendo ma è come disorientato, space-out. Rimane ferma seduta in una forma chiusa, una piccola Chinesfera vicina, tutta riavvolta su se stessa in una forma a palla. Ho l’immagine di un riccio senza aculei tutto appallottolato infreddolito ed esausto sotto le foglie d’autunno. Mi siedo al suo fianco con l’intenzione di non fare nulla se non di ricercare una sintonizzazione con lei prima di tutto corporea per comunicarle che la vedo e che “va bene cosi”, farla sentire accolta e vista.

In qualche modo andare dove lei è per poterla incontrare.

Da qualche tempo Ludovica si è ritirata in se stessa allontanandosi ancora di più dal contatto con il mondo e con gli altri. Al di fuori della famiglia, quasi non parla più se non a volte usando una voce infantile e a volume molto basso. A scuola le conseguenze sono inevitabili e sembra essersi  innescata una spirale in discesa da cui ora sembra difficile uscire. I suoi primi disegni sono caratterizzati da ammassi di colori che riempiono tutto il foglio spesso ricoprendosi l’uno con l’altro, dando una sensazione angosciante di stratificazione, troppo pieno, schiacciamento e comunicando allo stesso tempo uno stato di indifferenziazione e confusione. Guardando questi primi disegni mi ritrovo a pensare in quale luogo lei sia andata a finire, dietro a tutte queste coltri di fumosi colori. Non c’è spazio li  né per lei né per nessun altro. Successivamente i colori si trasformano in fuoco e uno dei suoi primi disegni lei lo intitola Fiamme. (Fig.2). Mentre disegna la sua gestualità  si attiva con  la qualità del peso e si anima di flusso e di  ritmo quasi lottante lasciando intravvedere  una  “forma vitale”, forse sotterranea ma attiva ed esistente.

 

Giulio entra nella stanza sulla punta dei piedi. Attraversa la stanza leggero quasi impalpabile, saltellando come senza un peso che lo tenga in qualche modo agganciato alla terra. Mentre si muove, gesticola occupando tutto lo spazio con movimenti periferici con una scarsa e intermittente modulazione del flusso di tensione tanto che il suo movimento appare un po’ a scatti e nell’insieme rigido. Giulio ha una buona comprensione e una facilità di linguaggio, e mentre salterella riempie tutta la stanza con le sue parole, domande e risatine poco attinenti al contesto allungando le braccia che sembrano lunghissime come per prendersi tutto lo spazio. Ma in realtà i suoi gesti risultano confusi e disordinati quasi più dominati dall’attributo dell’aggiustamento e dunque non veramente efficaci all’esterno. Nell’insieme prevale un senso di “galleggiamento”, floating, di sparpagliamento e non connessione ed io stessa mi sento agitata, confusa, invasa e provo anche un senso di fastidio ed esclusione come se mi sentissi sotto una qualche pressione inconscia e manipolatoria. Iniziamo a camminare e a muoverci nella stanza. Giulio si muove velocemente e mi guarda spesso come in attesa di conferme. Inizia poi a muoversi facendo delle rotazioni su se stesso mentre saltella con le braccia svolazzanti a una media distanza. La Qualità del peso è passivo leggero, le traiettorie nello spazio risultano periferiche ed i suoi  gesti lontanissimi dal centro. La parte alta del corpo non è connessa a quella bassa ed il suo corpo sembra frammentato con ogni sua parte isolata dal resto. Ho l’immagine di un uccellino spaurito bagnato e affamato che vorrebbe volare. Ma che non trova un centro, una base, un ramo da cui partire. Giulio in tutta la prima fase nei suoi disegni traccia figure umane sospese nel vuoto in mezzo al bianco del foglio e palloncini  che volano via.

 

Carla si presenta al nostro primo incontro molto in ordine e curata nella scelta del vestiario. I capelli lunghi fino alle spalle, lisci tenuti dalle mollette con i fiori arancioni. I pantaloni blu, la camicetta azzurra con il colletto tondeggiante e il maglioncino a quadretti intonato. L’espressione è seria, un po’ tirata, ma si apre improvvisamente in un sorriso dall’apparenza vagamente compiacente. Carla entra nella stanza e compie con gesti meticolosi e precisi quello che poi diventerà una sorta di rituale: toglie le scarpe e appoggia gli occhiali sul tavolino insieme ad una moneta che le servirà poi per prendere da bere alla macchinetta del secondo piano. Con un tempo prolungato procrastinando inizia a togliersi le scarpe per poi rimettersele e ritogliersele in un intreccio di fare e disfare nodi ed azioni. Durante questa operazione compie una specie di dialogo-monologo con se stessa ad alta voce: “ Vedi che non sei capace? Devi stare più attenta!. “Si adesso lo faccio. Un momento uffa!”. “Ma allora? Sbrigati!” Mentre la guardo parlare cosi tra sé e sé ho l’immagine di una figura materna che incalza la figlia.

Iniziamo a camminare per la stanza. Carla cammina lenta lungo i confini della stanza.  Senza mai potere osare addentrarsi verso l’interno dello spazio.

Nel disegno traccia un prato e un cielo che occupano i margini del foglio prendendo pochissimo spazio. Linee strette quasi come una cornice. Mentre disegna riprende il suo monologo: “Ecco vedi? Disegni sempre le stesse cose: prati e cieli”. “Si, ma a me piacciono!” Guardando il disegno e osservando la ragazza provo intensa una sensazione di smarrimento,  vuoto e solitudine (M.Conte, 2004).

 

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Le persone affette da Sindrome di Down, per via della maggiore difficoltà a simbolizzare, ad elaborare e mediare gli impulsi, vivono in genere intensamente le emozioni e gli impulsi nel corpo, quasi come senza filtri. Muoversi insieme a loro spesso dunque significa entrare velocemente in contatto con contenuti ed emozioni che non possono essere espressi diversamente. Nella stanza della terapia, l’emergere delle dinamiche di controtransfert è immediato e fin dai primi momenti si entra in contatto con le strutture difensive espresse nel corpo, quelle  “fiamme” (fig.1) sotterranee che divampano e  che difficilmente trovano spazi dove potersi esprimere, ritrovarsi accolte e contenute.

 

I bambini con la Sindrome di Down sono a volte bambini passivi, lenti o compiacenti caratterizzati dalle Qualità Indulgenti del movimento e altre volte sono viceversa aggressivi e distruttivi con una gestualità connotata maggiormente da Qualità Lottanti, come indifesi di fronte agli stimoli interni ed esterni cui sono soggetti. I loro movimenti spesso tendono a cristallizzarsi alle estremità degli opposti[4] e si caratterizzano per l’intensità, per la difficoltà a modulare, a dosare, a passare per tonalità intermedie, e a volte si possono trasformare in stereotipie.

 

Spesso sono movimenti caratterizzati da:

  • bassa intensità o viceversa ad alta;
  • un Flusso di Tensione Muscolare Neutro (movimenti Inanimati) o da un Flusso estremamente Libero e non controllato o estremamente Controllato
  • Qualità estremamente attive o viceversa passive. Ad es. il Peso è spesso passivo leggero (limp) o pesante (heavy); ); l’attitudine allo spazio spesso non è attivo ma Space-out
  • Uso dei prefforts. Preeffort del Peso della veemenza (straining), Preeforts dello Spazio della flessibilità e della canalizzazione collegate alle ripetitive difese dell’evitamento e dell’isolamento
  • Un uso dello spazio personale (Chinesfera) vicino (tendenza a chiudersi su di sé) o lontano (tendenza ad invadere lo spazio dell’altro)

 

Ci sono spesso grosse difficoltà rispetto alla focalizzazione spaziale (effort dello Spazio) e all’utilizzo del peso maggiormente modulato (effort del Peso). Di conseguenza la capacità di mantenere l’attenzione e successivamente a livello cognitivo di concentrarsi su “un compito” e formulare un pensiero proprio (spazio) e la capacità di portare avanti un intenzione per potere affermarsi (peso), risultano difficili da conseguire come qualità intrapsichiche e poi come competenze cognitive se non sono state prima acquisite nel corpo.

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Le persone con Sindrome di Down hanno in genere una naturale predisposizione alla danza, particolare sensibilità alla comunicazione corporea, sono richiamati dal ritmo e dalla musica ed è cosi in genere possibile coinvolgerli e raggiungerli con simili modalità. Infatti, rispetto ad altri individui con lo stesso livello di disabilità intellettiva, le persone con Sindrome di Down si caratterizzano, in generale, per un buon livello di comunicazione non verbale e per prestazioni inferiori a livello di comunicazione verbale.
La possibilità dunque di comunicare ad un livello più sensoriale e preverbale permette di avvicinarsi, di creare una buona alleanza con loro, di aprire uno spazio in cui le coreografie che si delineano acquistano un significato ed un valore perché sono una loro espressione. Connettersi cosi con le parti sane, funzionanti, con le caratteristiche di movimento specifiche, nella consapevolezza del livello di relazione oggettuale e delle strutture difensive adottate dalla persona Down, è il primo passo affinchè si possano trovare col tempo nuove modalità più adattive, affermative e soddisfacenti. Il DMT lavora con gli schemi motori esistenti dell’individuo sostenendo un processo dall’interno e in questa fase della terapia fondamentale è la capacità del terapeuta di sintonizzarsi e di rispecchiare il paziente. L’uso adeguato e consapevole dei segnali del controtransfert corporeo è molto importante in quanto l’inconscio del paziente entra fin dall’inizio in comunicazione con quello del terapeuta. “Il contenitore terapeutico si crea e assieme ad esso il transfert. Il terapeuta diventa qualcuno di cui ci si può fidare. Io non farò richieste. Ti lascerò essere – questo è il messaggio non detto” (Bernstein, 1984).  Il  bisogno di “essere visti”, accolti, valorizzati e allo stesso tempo contenuti, in questi bambini per i quali con grande probabilità le prime fasi di vita sono particolarmente problematiche, è, comprensibilmente, molto elevato. Il rispecchiare i gesti e soprattutto i colori emotivi ad essi collegati significa andare a creare un “dialogo” profondo, definire un “campo relazionale” che contiene, restituisce e nutre la persona nelle sue parti interne verso il supporto e la costruzione di quel “nucleo centrale”, tanto importante per l’esistenza dell’individuo in quanto ne rappresenta le radici per la fondazione autentica del Sé. Ed inoltre Il coinvolgimento interpersonale che si crea nel corso del processo terapeutico attraverso la Dmt  rappresenta un potente ambiente in cui il singolo Sé può oggettivamente sperimentare il bisogno di conoscere e il bisogno di sentirsi conosciuto in un contesto sicuro ed emotivamente responsivo.  (Schore)

All’interno della relazione terapeutica, in sintonia ed integrato come “esperienze” nella totalità del progetto terapeutico, il lavoro più specifico attraverso i Modelli Evolutivi di Sviluppo (MES) (nati dal lavoro di Irmgard Bartenieff e sviluppati da Peggy Hackney) si rivela, con questo tipo di utenza, particolarmente utile in quanto aiuta a ricostruire il senso dell’Io – che è prima di tutto corporeo (S. Freud, M.Mahler, D.Stern) – ,  la consapevolezza dei propri confini (e dunque di uno spazio interno differenziato ma comunicante con l’esterno), di un senso di unità psico-corporea e allo stesso tempo di differenziazione sostenendo il processo evolutivo nel ripercorrerne i primi fondamentali passaggi dello sviluppo psicomotorio. Ogni Modello Evolutivo rappresenta infatti un livello primario di esperienza, organizza un modo di relazione con il mondo,  insegna abilità che servono per il funzionamento della vita sostenendo la viva azione reciproca delle connessioni più profonde per un efficiente funzionamento del corpo e un’ adeguata espressività esteriore. (Peggy Hackney, 1995)

 

  1. Uovo dentro

    centro interno, connessione centro-periferia

 

Prima di potermi con fiducia muovermi da solo nello spazio, ho bisogno di avere un senso del mio proprio centro. Ho bisogno di sapere che tutto il mio corpo è connesso al mio nucleo interno centrale e che io sono supportato lì. Io necessito di sentire che sono connesso con me stesso e di essere in grado di reclamare la mia chinesfera prima di sentirmi a mio agio nel muovermi nel mondo”  (Peggy Hackney, 1995)

 

Chiara, in una seconda fase della terapia, prende nella stanza un materassino rosso, di quelli di gomma per la ginnastica. Lo sistema per terra e con un passo ben ponderato e preciso vi entra all’interno, si sistema dapprima nel centro per poi in seguito marcarne con i piedi con fermezza i confini. Il materassino diviene il suo nuovo territorio, il suo spazio personale/contenitore, che protegge e che va difeso; un’estensione più visibile della sua chinesfera.  Come quando un bimbo sui tre anni traccia la prima forma chiusa in cui visibili compiono i tre elementi fondamentali del Sé, (spazio interno, confini e spazio esterno) cosi Chiara diviene il centro-soggetto di questo spazio, colei che sola può “transitare” attraverso questi tre territori che si concretizzano nell’oggetto da lei scelto assumendone ancor più fortemente, ai miei occhi, il connotato simbolico. Chiara, in qualche modo, sembra trasferire il suo bisogno di  “difesa” ai confini del materassino, in questo modo è come se  lei si sciogliesse da un antico “incantesimo”. La vedo infatti iniziare a respirare con più fluidità, a trattenere meno il peso nella parte alta del corpo, a rilasciare un pochino il Flusso di Tensione dai suoi di confini, corporei e psichici. Ho l’immagine di una montagna di ghiaccio che incomincia a sciogliersi, la sensazione di stare “scendendo” con lei verso altre vallate prima proibite. La vedo cosi iniziare a muoversi  con un movimento meno rigido, con un Flusso di Forma più attivo che scorre dal e verso un suo centro, interno. All’interno della relazione terapeutica il materassino assume la funzione di holding, di una base/abbraccio primario che permette a Chiara di sentirsi sufficientemente contenuta nelle sue diverse parti, restituendole in qualche modo la maggiore morbidezza di una fiducia di base che in qualche modo incomincia ad essere  più interiorizzata.

Nasce il gioco dello stare dentro ai propri materassini. Ognuna di noi due ha infatti il proprio; e “guai” se si mette piede in quello dell’altra.  All’inizio il materassino si trasforma per Chiara in una fortezza, (che rappresenterà anche in un disegno) senza porte e senza finestre completamente chiuso agli “stranieri” e da cui, oltretutto, non si può neppure uscire. Poi diventa una casetta, un territorio estremamente sensibile e privato, tutto e solo suo ma questa volta compare un nuovo elemento: la porta. Ancora qui i confini devono essere assolutamente rispettati. Io accolgo e rispetto il suo bisogno e la rispecchio facendo anch’io la stessa cosa con il mio materassino, drammatizzando la dinamica che sta accadendo per ancora una volta creare uno “spazio transazionale” di gioco nella relazione tra me e lei. Poi un giorno Chiara inventa il gioco del treno:  stando dentro al suo materassino inizia a muoversi e a correre avanti e indietro. Per alcune sedute, il gioco del treno diviene quasi un rituale: Chiara ed io in piedi  una di fronte o a fianco dell’altra, ognuna sul proprio materassino, camminiamo a corriamo avanti e indietro nel piano sagittale in cui si inizia ad alternare il lasciare andare il flusso ed il controllo in un ritmo uretrale “stop and go” (iniziare/fermarsi) sempre rimanendo rigorosamente dentro lo spazio del materassino. Anche tra noi inizia ad esserci più “aria” e movimento. C’è più relazione, possibilità di gioco, e piacere nel rispecchiamento reciproco. Si cammina veloci poi lenti, si restringe il corpo sul piano orizzontale, si diventa lunghi sottili e ci si abbassa perché si passa nella galleria, con movimenti centro-periferia allarghiamo le braccia perché si aprono le porte alle fermate … C’è la possibilità di esplorare il piano orizzontale e di passare da un opposto all’altro. Il ritmo nella relazione si fa meno lottante.

Un pomeriggio alla fine dell’incontro dopo avere ripetuto insieme il rituale del treno, per la prima volta vedo Chiara spontaneamente abbassarsi a livello basso, immergersi dentro il corpo/materassino in una discesa come di “sgonfiamento” dall’interno, la vedo chiudersi nella posizione fetale ad “ovetto”. Ho forte la sensazione di un ritorno al grembo materno prima della nascita. Pur essendo passati tanti anni, ricordo ancora vividamente l’emozione di quel momento. Mi pongo anch’io cosi nel mio materassino. Stiamo ferme in silenzio per qualche tempo. Dopo un po’ Chiara, lentamente, allunga prima una mano poi un braccio fuori dal suo materassino nella mia direzione.

Le nostre mani possono avvicinarsi oltre i confini in una nuova terra di mezzo.

Un nuovo piano/spazio “comunicante”, una nuova possibilità.

Dopo qualche tempo Chiara inizia a stiracchiarsi. Insieme allora, l’una rispecchiando l’altra iniziamo a muovere gli arti e tutto il corpo con piccoli movimenti che si irradiano dal centro fino alla periferia, nella posizione della “stella marina”, fino a poi richiuderci ognuna verso il proprio centro. Vedo con chiarezza che Chiara prova soddisfazione, sostegno e piacere nel fare e nel ripetere insieme questi movimenti. E tra noi c’è un’atmosfera nuova, più armonica. Diventerà in seguito il gioco dell’ovetto-seme che si apre e si chiude per nutrirsi e crescere.

 

Ludovica. Siamo seduti l’una di fronte all’altra. Ludovica è chiusa nella sua postura ritirata dietro. Stiamo cosi mentre cerco di sintonizzarmi con il suo respiro, con il suo flusso di tensione muscolare, e con il Flusso di Forma. Lentamente vedo il suo corpo aprirsi un poco come irradiarsi da un punto centrale. Rispecchio e amplifico leggermente questo quasi impercettibile movimento. Emetto dei piccoli suoni. Ludovica risponde e a sua volta emette dei suoni molto bassi. Molto diversi dalla vocina un po’ sgradevole ed infantile con cui spesso si esprime.  Piano piano la sua testa si alza  aprendosi improvvisamente in un sorriso quasi birichino.  Possiamo aprirci un pochino e poi allungarci verso l’alto lungo la dimensione verticale. Senza tendere completamente le braccia che rimangono un po’ piegate con le spalle alte che chiedono ancora tempo. Iniziamo lentamente l’esplorazione di una chinesfera vicina e media per poi recuperare ritornando a sé in una forma più chiusa e protetta. Staremo in questa fase ed in questo schema di movimento centro/periferia per  molte sedute.  Nasce il disegno che lei intitola “Uovo dentro(Fig.3).

 

  1. Mi presento

    Piano verticale, connessione testa-coda, alto/basso        

 

Durante una seduta successiva Chiara materialmente usando stoffe ed altri oggetti costruisce un ponte tra i materassini. Questa costruzione sancisce l’avvicinamento tra lei e la mia figura ed il cambiamento all’interno della relazione intrapsichica.  E’ possibile ora scegliere: stare da soli o presentarsi al vicino di “casa”. Si può rimanere all’interno del proprio spazio/materassino/sè, o aprire i confini e andare verso l’esterno/altro; ci si può salutare a meta strada lungo il ponticello presentandoci e dicendo buongiorno, piacere Chiara e piacere Anna e chiedere posso entrare? E’ come se potessimo ora davvero presentarci, meno difese, accettando maggiormente come realmente si è.

La volta successiva Chiara arriva alla seduta con un completino da danza nuovo. Appare contenta e sorridente. Dopo il saluto iniziale ed un piccolo riscaldamento insieme Chiara inventa il gioco dello stare rilassati sul pallone grosso appoggiandosi ad esso a pancia in giù, dello spingersi con i talloni e con i piedi (verso una attivazione della connessione testa/coda ed omologa alto/basso e dell’effort del peso in una nuova forma affermativa) cercando di mantenere il più possibile l’equilibrio stando aperti senza gli appoggi e di salvare chi cade: io salvo lei e lei salva me. C’è fiducia e complicità con possibilità di alternare i ruoli. Chiara si abbandona con tutto il corpo sul grosso pallone rosso. Dopo essersi data una spinta con i piedi, rimane qualche attimo in equilibrio per poi lasciarsi scivolare a terra ora con più dolcezza ora con più impeto. Ho l’immagine che il pallone, un po’ come il materassino, rappresenti una madre terra a cui finalmente, sentendosi accolti,  ci si può abbandonare cedendo alla gravità ed al controllo. La sperimentazione degli “appoggi” corporei, del “contatto” con il pavimento/terra, del “cedere e dello spingere” e della connessione testa/coda in questa fase del lavoro della terapia diviene centrale. E’ possibile vivere l’esperienza del lasciarsi cadere, del rialzarsi con le proprie forze e del lasciarsi aiutare: un operazione ben diversa rispetto al dovere essere sempre vincitrice e perfetta, al “trattenere”, all’irrigidire corpo ed emozioni in una “corazza esterna” (Reich), e al controllare e allo “sputacchiare” con disprezzo rabbioso dei primi mesi. Chiara si lascia sorreggere ora dal grosso pallone madre-terra, ora dal pavimento-prato-mare ora dal contatto con il mio corpo. Per poi rialzarsi spingendo da sola con le mani il pavimento in una nuova “coreografia delle connessioni”. II passaggio dal livello basso a quello alto attraverso quello medio risultano ora organici sostenuti dall’interno (sostegno del nucleo). Chiara poi gioca anche a variare, sperimentando diverse possibilità. Ora con tempo più veloce, ora al rallentatore controllando di più i movimenti, ora come un onda impetuosa … Importante è per Chiara vivere il momento della caduta passando prima per la sospensione dell’attimo del vuoto e dello “sconosciuto”. Ci aiutiamo reciprocamente allungando le braccia e tirandoci per risalire sul pallone drammatizzando le azioni che si trasformano nel gioco del “salvataggio” mentre il pallone si trasforma in una zattera, ora in una montagna, ora in una giostra. Dopo una di queste cadute a terra Chiara risale in piedi nella verticalità e dice che vuole fare un disegno. Lo  intitolerà  “mi presento” (Fig.4).

 

Dopo circa tre mesi dall’inizio della terapia vedo Ludovica, con il busto eretto e la testa alta, iniziare a pestare i piedi per terra nella dimensione verticale con un più chiara intenzione verso l’uso del peso forte e della dimensione verticale in un nuovo ritmo lottante. Osservo che in realtà non c’è una reale connessione tra il suo coccige ed i talloni e che il suo centro in questo schema di  movimento non è attivo. I movimenti risultano cosi privi di impatto, piuttosto periferici nonostante lei cerchi di  dare forma, come può, ad un  impulso lottante nella forma del  ritmo orale del “mordere”. Sento la necessità di sostenere Ludovica in questa ricerca di movimenti maggiormente integrati, conscia della importante possibilità per lei di sperimentare una maggiore soddisfazione affermativa e differenziante. Rispecchio cosi il suo movimento e gradualmente cerco di amplificarlo un pochino per aiutarla ad entrare maggiormente in contatto con un ritmo che coinvolga l’intero corpo in connessione con il centro nella costruzione di una verticalità di presenza affermativa ed “animata” dall’interno.

 

  1. Sono io e il cerchio

    le danze individuali e lo spazio della “narrazione”

 

 “All’inizio ci può essere la parola, ma c’è anche il non verbale … E l’analista, come il bambino che cresce, lotterà per trasformare il conosciuto non pensato nel conosciuto pensato”. (Bollas, 1987)

 

La Danza  Movimento Terapia si occupa del processo di trasformare il costante e continuo flusso di energia e di movimenti corporei incipienti, dapprima in movimenti percepiti a livello corporeo, poi in immagini e quindi in simboli verbali  (Dosamentes Alperson, 1987) .

In un ambito di patologia genetica caratterizzato dall’ insufficienza mentale tutto questo assume una valenza imprescindibile. L’obiettivo a lungo termine e allo stesso tempo filo conduttore di ogni percorso è proprio quello di sostenere questi bambini e ragazzi negli apprendimenti e nei sottili e spesso invisibili collegamenti  con i loro processi simbolici e cognitivi. L’intervento di DMT assume infatti un’ importante funzione “ponte” tra i diversi livelli dell’esperienza, sensoriale – affettiva/emotiva – cognitiva.

 

Inizialmente, in un contesto dove la capacità di simbolizzazione è resa difficile proprio  dall’insufficienza mentale, è il terapeuta i’io narrante che anche attraverso l’uso dell’immaginazione nell’analisi del controtransfert restituisce in una forma più chiara il senso degli incontri, le emozioni provate, collega i fili, riprende i movimenti collegandoli a sensazioni, immagini favorendo l’apertura ad una prospettiva “immaginale”,  al simbolico e alla costruzione progressiva di un apparato per pensare” (Bion,1962). Come scrive E.Montobbio, “il nostro compito di operatori sembra consistere nel rinforzare nel giovane disabile il desiderio (che apre la strada al fare) e contemporaneamente nel riconoscergli la capacità di esprimere delle preferenze e di operare delle scelte”.

Progressivamente anche i bimbi e i ragazzi  Down possono infatti in qualche forma, ognuno a modo suo ed ognuno con modalità di elaborazione e linguaggio differenti, iniziare a creare dei collegamenti ed esprimere pensieri propri nati direttamente dall’esperienza corporea imparando a rimanere agganciati al presente con maggiore consapevolezza e presenza divenendo in grado di interiorizzare in qualche modo l’esperienza e fare una scelta sulle parole che possano in qualche modo definirne il senso emotivo e simbolico. All’interno degli incontri un momento particolarmente importante (sia all’interno delle terapie individuali sia di quelle in piccolo gruppo) è infatti quello della “danza individuale” ; un momento che sancisce proprio una fase dell’incontro e, in genere,  precede la rappresentazione grafica e la verbalizzazione finale. La danza individuale rappresenta un momento autentico di autoaffermazione. Un momento importante in cui ogni ragazzo – sapendo di essere visto da occhi non giudicanti – può mostrare differenti parti di sé, esprimere il proprio bisogno di autonomia, sperimentarsi e dare forma ad impulsi ed emozioni in forme via via sempre diverse e più definite. Successivamente può imparare a descrivere verbalmente le proprie danze  attribuendo ai suoi movimenti un valore sempre più simbolico come di un mezzo  attraverso cui è possibile esprimersi e comunicare. Il simbolismo metaforico può aiutare ad esternare e a chiarire  lo stato interno. L’espressione simbolica forma un ponte tra l’interno del paziente e l’esterno del mondo; trasferisce l’energia da una realtà interna in un contesto sociale. (C.Schmais, 1985). Spesso i ragazzi che partecipano ad un gruppo di DMT iniziano a rappresentare non solo loro stessi ma anche il gruppo nell’insieme raccontando i “legami” che li uniscono agli altri membri e che possono diversamente “giocare” e sperimentare negli incontri [5].

La possibilità di sostenere il processo evolutivo dalla nascita di un “sé” interno allo sviluppo di un “apparato per pensare” che affonda le sue radici nel corpo può permettere a questi bambini e ragazzi di procedere nel loro percorso di vita divenendo più consapevoli e autonomi anche a livello psichico ed affettivo. Presupposti necessari e indispensabili per entrare nel più grande cerchio del mondo sociale, della scuola e successivamente del lavoro (Fig.6), obiettivo ultimo per la cui realizzazione collaborano tutte le figure professionali e i terapisti dell’equipe.

 

Chiara costruisce uno spazio – tipo palcoscenico – e con le stoffe crea una  specie di sipario. Nasce cosi il gioco del teatrino. Chiara entra dalle quinte e si muove liberamente, io rappresento il pubblico, il testimone che accoglie, vede, sostiene e valorizza. Nasce cosi in Chiara spontaneamente ad un certo punto della terapia l’esigenza di sancire il momento della sua danza individuale:  “il gioco del teatro” che diviene metafora della possibilità di rappresentare le emozioni che ora possono essere più “pensate” e meno impulsivamente agite. Chiara si muove con le braccia ampie e leggere nello spazio, la kinesfera ora più piccola ora più ampia in un alternanza di movimenti dello “spargere” e del “raccogliere”. Intitola la sua danza “la farfalla danzante”. Dopo la danza prova a descrivere i suoi movimenti dicendo che le sembra di potersi aprire e chiudere, di sentirsi leggera anche con i piedi che “schiacciano”la terra e la schiena che si “piega”. (Fig.5)

 

Giulio inizia la sua danza individuale con i movimenti passivo leggeri poco connessi. Io rimango seduta dal lato opposto della stanza su di un materassino. Le gambe incrociate, la forma del corpo tridimensionale. Ad un certo punto vedo Giulio socchiudere gli occhi. Improvvisamente il tempo si rallenta ed i suoi movimenti concentrati soprattutto nella parte alta del corpo e nelle braccia sembrano riappropriarsi di un flusso di tensione più fluido meno intermittente e appaiono più centrali. I saltelli diminuiscono e per qualche attimo le sue gambe rimangono ferme e connesse con la terra per poi, sorprendendomi, riprendere in un correre improvviso con un ritmo più uretrale per qualche attimo come senza controllo ed imbizzarrito. Intitola la danza “il guerriero sul cavallo lotta contro i mostri”.  Da quella seduta sarà possibile iniziare a parlare delle paure che lo terrorizzano tanto da costringerlo “a stare sempre nell’aria”. Giulio inizierà cosi a raccontare di un gemello immaginario perfetto mentre lui invece “è cattivo”.

 

CONCLUSIONI

“Il corpo è usato  come riferimento base per le costruzioni che elaboriamo del mondo circostante e di quel senso di soggettività, sempre presente, che è parte integrante delle nostre esperienze” (Damasio, 1994)

Nel complesso percorso di costruzione della personalità gioca un ruolo fondamentale la progressiva conquista dell’autonomia. Nell’ambito della Sindrome di Down una serie di importanti fattori quali:

  • l’insufficienza mentale
  • la caratteristica peculiare dell’ipotonia che rende nelle prime fasi difficilissimi tutti i passaggi per i ritmi evolutivi lottanti (Kestenberg) di separazione in cui è necessario “tenere/indurire” il flusso di tensione muscolare per sentire i confini,
  • il ritardo dunque nell’acquisizione di tappe evolutive e in particolare della deambulazione
  • la difficoltà a mantenere a lungo lo scambio comunicativo attraverso lo sguardo (difficoltà nella focalizzazione spaziale)
  • i risvolti emotivo/affettivo che la nascita del bambino Down ha immediatamente sulla coppia genitoriale con ricaduta sulle dinamiche affettivo – relazionali e di attaccamento

 

fanno si che spesso si assista ad un rapporto prolungato di dipendenza del bambino con la madre, assorbito più a lungo con lei, non solo fisicamente ma anche mentalmente, in una fase simbiotica che tende a cronicizzarsi non trovando sbocchi evolutivi.

Comprensibilmente la madre può provare nei confronti del bambino sentimenti contrastanti, di tenerezza e rifiuto. Ed il bambino, In corrispondenza, inizia a manifestare comportamenti imprevedibili con un’alternanza di momenti di agitazione e momenti di grande tenerezza (A.Hobart), comportamenti inadeguati ed estremi, aggressivi ed oppositivi; manifestazioni che possono essere dovuti all’onnipotenza e all’ambivalenza legate proprio al protrarsi della fase simbiotica.

Spesso poi le ansie per la salute e per il futuro del bambino sono tali da sovrastare ogni cosa ed impedire che il bambino possa avere lo spazio per “emergere” psichicamente (M.Mahler),  e al contempo venire visto per quello che realmente è, nella sua specifica personalità al di là dell’handicap. La persona disabile spesso continua ad essere trattata come “piccola” ed incapace anche quando è oramai adulta. Oppure  viene sommersa  da stimoli, attività, compiti cognitivi spesso del tutto inutili, se non dannosi, per la difficoltà che lui ha  ad elaborarli ed integrarli.

 

Per le inevitabili ripercussioni nella relazione madre-bambino già alla nascita, la conquista di un legame di  “attaccamento sicuro” per un bambino con la Sindrome di Down diviene problematico. La madre infatti perde dentro di se l’immagine del bambino voluto e pensato e si trova a vivere una conseguente ferita narcisistica che potrebbe deteriorare la qualità del legame di attaccamento (Ammaniti, 1980). E poiché l’attaccamento sicuro è la premessa per la “fiducia di base” ed è ingrediente  necessario per l’acquisizione delle competenze meta-cognitive nell’ambito della memoria, della comprensione e della comunicazione (P. Fonagy, M.Target, 2001) si può immaginare come un mancato attaccamento sicuro possa rendere ancora più problematico il passaggio ai processi di mentalizzazione (funzione riflessiva) colludendo ed amplificando l’insufficienza mentale già intrinseca alla Sindrome. A loro volta le difficoltà di “separazione” rendono ancora più difficile una possibile autonomia di pensiero e di apprendimento (Fig.7). Appare dunque un circuito invischiante di fattori profondamente concatenati in quanto molto presto cominciano a strutturarsi delle distorsioni, dei meccanismi di difesa, che vengono chiamati handicap secondari, e che a volte sembrano segnare la vita di una persona più del danno organico originario.

In questo scritto ho voluto inizialmente descrivere alcune modalità difensive cosi come compaiono nel corpo divenendo, per chi è in grado di leggerle, elementi estremamente significativi e comunicativi di un malessere che va decodificato, accolto e gradualmente trasformato. Ripartire dal corpo e dal movimento, all’interno di una terapia profondamente relazionale, permette in qualche misura di potere tornare quasi ad un punto “zero”, all’origine dello sviluppo affettivo e della “funzione riflessiva” e dunque alle primissime fasi in cui probabilmente iniziano a formarsi tali “distorsioni difensive” che purtroppo rischiano di rimanere determinanti per tutto il corso dell’esistenza se non vengono in qualche modo modificate dall’interno. (vedi ad esempio il racconto della terapia con Chiara) .

Gli studi neuro scientifici hanno oramai comprovato che il cognitivo affonda le sue radici nell’affettivo. Mentre da Stern in poi la sintonizzazione tra madre e bambino è considerata all’origine dei processi cognitivi (Stern, 1987), la scoperta dei neuroni specchio ha individuato nella simulazione incarnata la base dell’apprendimento. (Rizzolatti G. Vozza, 2008). Queste scoperte hanno cosi capovolto il modo di intendere il processo del conoscere  dimostrando che esso parte dal corpo e non può prescinderne.

Ecco dunque che in questi bimbi, in queste persone con la Sindrome di Down, l’elemento corporeo assume una doppia valenza. Il corpo è fonte del “tradimento” (appena nati attraverso i tratti somatici vengono subito “riconosciuti”) ma diviene anche luogo di risorsa attraverso cui, con grande sensibilità e competenza, è possibile tornare all’origine, nel luogo prima della ferita, prima del “riconoscimento” della disabilità che determinerà tutto il futuro. Tornare là dove semplicemente sono bambini. E attraverso un complesso percorso terapeutico  ri-partire proprio “dal basso”, dal corpo e dall’interno verso la costruzione di un “Io”, un reale “uovo dentro”. Ripartire sintonizzandosi con il “flusso di tensione muscolare” (elemento corporeo di base presente allo stesso modo potenzialmente in tutti gli esseri umani e prerequisito della “forma vitale” che ognuno ha a disposizione)  rappresenta davvero la possibilità di ri-aprirsi al “desiderio” e al poter essere “Io”.

 

Come scrive Winnicott infatti “le parole più aggressive e quindi le più pericolose nelle lingue di tutto il mondo, le troviamo nell’affermazione “Io sono”.” Tuttavia “si deve ammettere che solo coloro che hanno raggiunto lo stadio in cui possono fare questa affermazione sono a pieno titolo adulti della società”. (Winnicott, 1979)

E questo è l’augurio più grande che io faccio ai miei piccoli e grandi amici/pazienti che ho avuto la fortuna di incontrare in tutti questi anni e che ringrazio di cuore per i loro preziosi insegnamenti.

 

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IMMAGINI

 

Fig.1

 

 

 

 

 

  1. Fiamme      3.           Uovo dentro                                               4.  Mi presento      

     l’indifferenziato, pieno e le difese                                             la nascita di un centro interno                           presentarsi al mondo e i confini

 

 

 

                                          

  1. Sono io 6.             il nostro cerchio

Io e lì apparato per pensare                                                          collegamenti, in comunicazione nel mondo     

 

                 

 Fig.7

[1] intensità, intenzionalità, direzione, e attitudine temporale: sono  atteggiamenti psichici che si originano dagli Efforts corporei del Flusso, Peso, Spazio e Tempo secondo il Laban Movement Analysis (LMA).

[2] Nel movimento nasceranno con Chiara giochi in cui molto attiva è la forza e lo spazio diretto, come ad esempio braccio di ferro, spingere, gare a pallone. Chiara si dimostra scarsamente tollerante di fronte alle sue incapacità anche lievi; nel disegno Chiara rappresenta missili infuocati che distruggono tutto, donne imprigionate, fiamme e fuochi che divampano e riempiono tutto lo spazio del foglio.

 

[3] Chiara sembra avere bisogno di ogni situazione per dimostrare che lei è la più forte mentre io perdo e vengo presa in giro. Un bisogno impellente di “scaricare” attraverso la mia figura le frustrazioni che vive quotidianamente.

[4] Maggiore è la gravità e l’insufficienza mentale maggiore è la “cristallizzazione” delle qualità di movimento negli estremi opposti. I bambini di cui parlo in questo articolo sono caratterizzati da lieve/media insufficienza mentale. Come è possibile immaginare le problematiche connesse alla Sindrome ed i risvolti secondari sono molto differenti a secondo della gravità dell’insufficienza mentale.

[5] Gruppo di DMT: di questa parte specifica del lavoro di gruppo con ragazzi con la Sindrome di Down non parlo in questo articolo perché richiederebbe un capitolo a sé.